Maggio 8, 2012
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Ricuzzo

Mi chiamo Federico Toscani e, per quanto ne dica il mio cognome, non vengo dalle nobili plaghe di Dante e Botticelli bensì da un adusto borgo del tarantino, cullato dal sole trecento e venticinque giorni l’anno, tanto che persino le lucertole delle regioni vicine vengono a svernarvi, quando tutt’intorno nevica e gelan le pietre. 
D’aspetto sono scuro, la natura, la terra, Dio, mi han dotato di una scorza impenetrabile e nulla possono contro di me i letali tentacoli solari, che in sì gran numero soffocano altrove. 
Verdi gli occhi, come due gemme, neri come il mistero i capelli, che porto cortissimi a esaltare la perfetta foggia del mio cranio. 
Non poche massaie si sono nel tempo innamorate di me, in tal modo recando fortunati profitti a Beppe, padrone della bottega dove finora ho lavorato come unico garzone. 
Del lavoro son soddisfatto, al mattino indosso con fierezza il mio grembiule verde — che per me è come una divisa — e corro ad aprir bottega. Quantunque ci sia ancora da albeggiare, solitamente un chiassoso crocchio di signore in grembiule s’è già radunato davanti al negozio, in mia attesa. 
«Buongiorno Ricuzzo,» sono solite apostrofarmi in coro. Ricuzzo è il mio nomignolo da ragazzo che ancora mi si crosta addosso, nonostante i miei ventidue anni. 
«Buongiorno signora Ceresa, buongiorno signora Malena, buongiorno signora Abbagnati,» rispondo io, un sorriso per ognuna, mentre sollevo la saracinesca. E quantunque paia che io non ci badi, m’avvedo benissimo delle loro piaggerie, sussurrate da un orecchio all’altro, spesso lodi per il mio corpo, le mie braccia, le mie spalle, il mio… be’, forse è meglio che di questo taccia. 
Molte di esse tornano più volte, durante il giorno, per via di certe loro difficoltà nel ricordarsi di tutto ciò di cui han bisogno, e, se il caso le vuole sole nel negozio, s’attardano a cicalare finché qualcun altro entri. 
Alcune vogliono che vada a conoscere le proprie figlie, sebbene io in paese conosca già tutti — siamo in mille se va bene, figuratevi. 
«Vedessi come s’è fatta bella!» allora dicono, «cresciuta sotto un fiore,» aggiungono, per invogliarmi. Ma io non voglio andare, non m’interessa prendere moglie in paese: io voglio andare in città, voglio imbarcarmi su una nave, una nave da guerra, voglio sbarcare in porti lontani, imparare lingue sconosciute e vivere avventure come quelle dei libri. Questo voglio. 
Ma a loro, alle massaie, non lo dico. 
Altre, e queste di solito sono vedove o zitelle, mi supplicano di andare da loro a riparare il tetto, a imbiancare un muro, a cambiare una serratura. Ma, le volte che mi presento con gli attrezzi in mano, l’urgenza che prima in bottega sembrava così grave ora s’è schiarita fin quasi a scomparire. 
«Oh, al tetto ci penserai un’altra volta, tanto non piove mai,» dicono in quei frangenti, «siediti! Accomodati! Che fai lì in piedi! Posa quegli attrezzi! Ti faccio il caffè! Prendi i tarallini!» 
E solitamente in questi casi ti si appendono col cicaleccio su quanto sono sole o su quanto sia difficile tirare a campare con la pensione di guerra eccetera. Sicché senza indugi consiglio loro di parlare col ministro, come noi chiamiamo il nostro sindaco o con Don Leonello, il parroco, ché io non posso far più di tanto per aiutarle. 
«Sì che puoi, oh sì che puoi,» dicono loro a mezza voce, la tazzina vuota in mano, lo sguardo ammaliato da una delle mattonelle sul pavimento, e io capisco che quello è il momento di svignarsela, ché di soldi qui non c’è neanche l’ombra: ringrazio in fretta per il caffè, raccolgo i miei attrezzi e prendo commiato. 
«Ricuzzo!» dicono quelle, come destate all’improvviso, e tanto appare disperato quel grido che io accelero prontamente il passo e senza voltarmi saluto per l’ultima volta. 
Fuori la luce m’inonda, le rondini garriscono nel cielo serale, i bambini strillano nei loro ultimi giochi, prima d’essere chiamati a casa per la cena, e io mi metto a correre, felice come se fossi libero da ogni peso.

Nov 15, 2011
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La visione

Non tutto il male viene per nuocere. È quello che ti dicono in occasioni del genere. E di solito aggiungono: ciò che non ti distrugge ti rafforza. Devi trovare una visione.

Dicono visione con la v solenne, voltando lo sguardo insondabile verso la finestra buia che giustappunto si spalanca, sopraffatta dalle forze della natura, dal vento, dal buio, dalla tempesta.
Questa però non è la storia della finestra, né del vento, né delle foglie morte. Questa è la storia di Yuki, ex-campionessa di Puzzle Bubble.
Puzzle Bubble è quel videogioco in cui i draghetti di Bubble Bobble devono affiancare tre o più bolle dello stesso colore così da farle scoppiare; liberando l’area di gioco da tutte le bolle presenti si passa al quadro successivo.
Yuki, campionessa di Puzzle Bubble per due anni consecutivi, stava facendo il bagno nel suo monolocale, all’angolo tra la Friedrich-Ebert-Straße e Gastfeldstraße. I lunghi capelli neri raccolti sopra la nuca, Yuki si stava strofinando una gamba con una spugna imbevuta di essenze all’eucalipto, mentre l’altra gamba restava semisommersa sotto lo strato agonizzante di schiuma bianca, in attesa del proprio turno.
Un’incerta luce bluastra, frutto di un’insegna luminosa al di là della finestra, illuminava fiocamente l’ambiente. A Yuki piaceva quell’atmosfera raccolta, i rumori del traffico serale in lontananza, la sensazione di calore, di benessere, di astrazione che il bagno le procurava.
La porta socchiusa del bagno si aprì di qualche grado, cigolando lievemente.
— Danny, — disse Yuki, poco sorpresa da quell’intrusione, — Danny, piccolo, vieni a farti il bagno con me.
Danny avanzò di qualche passo, si voltò verso la finestra illuminata, la contemplò per qualche istante, poi con uno scatto inopinato saltò sul davanzale, si mise comodo e cominciò a leccarsi le zampe.
— Non sai che ti perdi, — disse Yuki, passando a occuparsi dell’altra gamba, e il suo pensiero tornò al giorno della sua sconfitta.

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Nov 15, 2011
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È andata così

Allora è andata così: io, Laura, Denise e Donald Rumsfeld aspettavamo un taxi per tornare a casa, eravamo lì davanti al ristorante a battere i denti dal freddo, Laura camminava sul posto, come quando devi andare al bagno da troppo tempo, e si abbracciava forte e diceva: “Per la miseria che freddo!” io dicevo: “Fa un freddo cane, un freddo mai visto,” Denise diceva: “Un freddo puro, scevro da ogni traccia di calore,” Donald Rumsfeld diceva: “Femminucce”.

Laura diceva: “Una cosa inimmaginabile, roba da spaventare gli esperti di clima, roba da fargli tornare a casa la sera con la faccia bianca e le mogli che si preoccupano e gli chiedono cosa non va con la morte nell’animo perché pensano al peggio,” Denise diceva: “Un freddo così io non l’ho mai visto, e dire che ho vissuto in Alaska,” Donald Rumsfeld diceva: “Che tempi, ti ricordi pupa?” Laura diceva: “Negli igloo, sotto strati e strati di pellicce d’orso polare,” io dicevo: “Coi peli d’orso polare che ti impastano la bocca,” Denise diceva: “Anche voi?”.
Donald Rumsfeld diceva: “Questo cazzo di taxi,” Laura diceva: “Torniamo dentro,” io dicevo: “Non si può hanno chiuso,” Laura diceva: “Io muoio dal freddo,” Denise diceva: “Abbracciamoci, riscaldiamoci a vicenda,” Donald Rumsfeld diceva: “La cosa si fa interessante,” Denise diceva: “Vieni qui”.
Laura diceva: “Ecco il taxi!” io dicevo: “Un minuto in più e…” Donald Rumsfeld diceva: “Oh piantatela, tutti quanti, basta,” Laura diceva: “Scusate ho un dito congelato, non riesco a muovere il dito, non lo muovo più!” Denise diceva: “Da’ qui,” Donald Rumsfeld diceva: “Santa Madre di Dio”.

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