Mar 4, 2013
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E quando, sorprendendomi con il taccuino e la penna in mano, mi domandavano: Che cosa scrivi? Io rispondevo: Scrivo della mia impalpabile nostalgia per i display a fosfori gialli e per le interfacce pseudo-grafiche di un tempo le cui finestre avevano cornici costituite da caratteri appartenenti alla seconda metà della codifica ASCII estesa.

Feb 17, 2013
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Ieri sera la cassiera del mio ortofrutta di fiducia si lamentava del proprio stato di salute: “L’irrequietezza logorante mutante devastante che liquefa corrode reprime le mie vene le relega allo stato di vermi immondi spenti umidicci sgocciolanti grumi di marciume amaro e me le strizzo me le avvolgo me le infilo in bocca e giù in gola fin dentro i polmoni e centrifugo e mi spolpo e mi squarto mentre sul viso mi spalmo gli ultimi alveoli fradici,” diceva.

Feb 17, 2013
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E allora indosseremo i nostri occhialini treddì e compreremo confezioni di pop corn da microonde per goderci lo spettacolo, e non ci sarà bisogno del microonde per fare i pop corn, basterà tenerli in mano, terremo in mano i grani e scoppietteremo pop corn gratis per tutti e ci godremo lo spettacolo e masticheremo i pop corn con i rimasugli delle nostre arcate dentari.

Feb 17, 2013
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lindamazzolini asked: Tutti i disegni che pubblichi son bellissimi, son fatti da te?

Feb 14, 2013
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La dottoressa del piano di sopra

Vado dalla dottoressa del piano di sopra, la dottoressa D. Lo Cascio.
Sulla sua cassetta delle lettere, giù nell’androne, c’è scritto «Dott.ssa D. Lo Cascio». A lungo mi sono chiesto per che cosa stesse quella «d» puntata. Ho cominciato una lista, sulla mia agendina, una lista di tutti i nomi femminili che iniziano per «d». Donatella, Dina, Doriana: ogni volta che mi veniva in mente o mi capitava di leggere o sentire un nome femminile con la «d» correvo ad aggiornare la lista sulla mia agendina. La sera, dopo cena, prendevo l’agendina e mi allungavo sul divano. Dora, Domitilla, Daniela. Quale sarà il suo? mi chiedevo. Ora sono quasi sicuro di aver completato la mia raccolta: sono giorni ormai che non mi capita di aggiungere un nome nuovo all’elenco. L’ultimo nome, quello in fondo alla lista, è Dharma. Sono stato molto in dubbio se aggiungere o meno questo nome alla mia lista. Dharma è il nome della protagonista di un telefilm americano che danno in televisione all’ora di cena. In principio mi sembrava un nome un po’ troppo stravagante e comunque poco adatto a una ragazza italiana, d’altra parte avevo incluso Demi, che è il nome della figlia di mia sorella, e Desiree, un nome che ho sentito al supermercato, per non parlare di Denise, Deborah e Doroty. Ho perfino fatto delle ricerche su questo nome, Dharma, e ho scoperto che rappresenta un concetto chiave per le religioni indiane, l’induismo, il buddismo, quelle lì. Chissà, mi dicevo, forse la dottoressa Lo Cascio appartiene a una famiglia buddista; e me la immaginavo, la dottoressa Lo Cascio, che danza a piedi nudi sul lungomare, con la tunica arancione, il tamburello, i lunghi capelli chiari, crespi, sembrano bianchi alla luce del sole, e lo sguardo sereno, quasi estatico, quegli occhi color del cielo che a incrociarli mi si scioglie il cuore. Ho aggiunto Dharma alla mia lista e da quel giorno è diventata la mia preferita. La sera, sul divano, scorro velocemente gli altri nomi, alle volte li salto del tutto per arrivare subito a lei, a Dharma. Le Darie, le Dolores, le Desdemone, che battono a macchina o fanno la spesa, i loro occhiali con la montatura scura, le rughe agli angoli della bocca, i grembiuli sporchi, tutto questo lascia subito il posto alla visione di Dharma che danza sul lungo mare, la sua pelle candida, il suo sorriso. Quel sorriso! In quei momenti chiudo gli occhi, mi porto l’agendina al petto e dentro di me sento una gran pace.

Non l’ho mai incontrata, la dottoressa Lo Cascio, lei non è mai in casa, forse vive all’estero per lavoro, chissà; ma questa sera ho sentito dei passi, al piano di sopra, e io sto andando da lei. Salgo le scale e vado da lei, suonerò alla sua porta e lei mi aprirà e sorriderà e danzerà per me.

Feb 14, 2013
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Ecco che per un istante le luci dentro il treno si spengono e noi ci ritroviamo catapultati nell’oscurità, una oscurità densa ma impura, incastonata dai tremolii incerti degli schermi dei nostri smartphone.

Feb 14, 2013
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Quella mattina l’americano arrivò al lavoro con un lussureggiante mazzo di fiori in mano e, in risposta ai nostri sguardi perplessi, dichiarò: “It’s Valentine!”
Erano fiori destinati alle segretarie del quarto piano. In America, pensai, i ragazzi distribuiscono fiori alle ragazze nel giorno di San Valentino, indipendentemente se siano le loro fidanzate o meno. Un po’ come da noi il giorno della festa delle donne. 
Ho un ricordo piuttosto vago dell’americano. Sono trascorsi dieci anni ormai. Credo di averlo ormai sostituito nella mia memoria stanca con l’immagine di Tom Cruise. Ricordo però il giorno che arrivò, qualche mese prima: lo accompagnò Hadler, uno dei grandi capi. Gli mostrò la stanza, comunicante con la nostra, gli disse di rivolgersi a lui nel caso avesse avuto bisogno di qualsiasi cosa e andò via. L’americano venne da noi e si presentò: “Just call me J,” disse. Era in trasferta dalla sede americana, ci disse, e avrebbe trascorso un anno lì nella sede tedesca per familiarizzare con i processi decisionali e altre simili diavolerie manageriali. Io sono uno sviluppatore Ada, gli dissi. J annuì, sorridendo, mentre agli angoli degli occhi gli si formavano tante inaspettate piccole rughe. È vecchio, pensai, è un vecchio con la faccia da ragazzino.

Feb 14, 2013
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Ricuzzo

Mi chiamo Federico Toscani e, per quanto ne dica il mio cognome, non vengo dalle nobili plaghe di Dante e Botticelli bensì da un adusto borgo del tarantino, cullato dal sole trecento e venticinque giorni l’anno, tanto che persino le lucertole delle regioni vicine vengono a svernarvi, quando tutt’intorno nevica e gelan le pietre. 
D’aspetto sono scuro, la natura, la terra, Dio, mi han dotato di una scorza impenetrabile e nulla possono contro di me i letali tentacoli solari, che in sì gran numero soffocano altrove. 
Verdi gli occhi, come due gemme, neri come il mistero i capelli, che porto cortissimi a esaltare la perfetta foggia del mio cranio. 
Non poche massaie si sono nel tempo innamorate di me, in tal modo recando fortunati profitti a Beppe, padrone della bottega dove finora ho lavorato come unico garzone. 
Del lavoro son soddisfatto, al mattino indosso con fierezza il mio grembiule verde — che per me è come una divisa — e corro ad aprir bottega. Quantunque ci sia ancora da albeggiare, solitamente un chiassoso crocchio di signore in grembiule s’è già radunato davanti al negozio, in mia attesa. 
«Buongiorno Ricuzzo,» sono solite apostrofarmi in coro. Ricuzzo è il mio nomignolo da ragazzo che ancora mi si crosta addosso, nonostante i miei ventidue anni. 
«Buongiorno signora Ceresa, buongiorno signora Malena, buongiorno signora Abbagnati,» rispondo io, un sorriso per ognuna, mentre sollevo la saracinesca. E quantunque paia che io non ci badi, m’avvedo benissimo delle loro piaggerie, sussurrate da un orecchio all’altro, spesso lodi per il mio corpo, le mie braccia, le mie spalle, il mio… be’, forse è meglio che di questo taccia. 
Molte di esse tornano più volte, durante il giorno, per via di certe loro difficoltà nel ricordarsi di tutto ciò di cui han bisogno, e, se il caso le vuole sole nel negozio, s’attardano a cicalare finché qualcun altro entri. 
Alcune vogliono che vada a conoscere le proprie figlie, sebbene io in paese conosca già tutti — siamo in mille se va bene, figuratevi. 
«Vedessi come s’è fatta bella!» allora dicono, «cresciuta sotto un fiore,» aggiungono, per invogliarmi. Ma io non voglio andare, non m’interessa prendere moglie in paese: io voglio andare in città, voglio imbarcarmi su una nave, una nave da guerra, voglio sbarcare in porti lontani, imparare lingue sconosciute e vivere avventure come quelle dei libri. Questo voglio. 
Ma a loro, alle massaie, non lo dico. 
Altre, e queste di solito sono vedove o zitelle, mi supplicano di andare da loro a riparare il tetto, a imbiancare un muro, a cambiare una serratura. Ma, le volte che mi presento con gli attrezzi in mano, l’urgenza che prima in bottega sembrava così grave ora s’è schiarita fin quasi a scomparire. 
«Oh, al tetto ci penserai un’altra volta, tanto non piove mai,» dicono in quei frangenti, «siediti! Accomodati! Che fai lì in piedi! Posa quegli attrezzi! Ti faccio il caffè! Prendi i tarallini!» 
E solitamente in questi casi ti si appendono col cicaleccio su quanto sono sole o su quanto sia difficile tirare a campare con la pensione di guerra eccetera. Sicché senza indugi consiglio loro di parlare col ministro, come noi chiamiamo il nostro sindaco o con Don Leonello, il parroco, ché io non posso far più di tanto per aiutarle. 
«Sì che puoi, oh sì che puoi,» dicono loro a mezza voce, la tazzina vuota in mano, lo sguardo ammaliato da una delle mattonelle sul pavimento, e io capisco che quello è il momento di svignarsela, ché di soldi qui non c’è neanche l’ombra: ringrazio in fretta per il caffè, raccolgo i miei attrezzi e prendo commiato. 
«Ricuzzo!» dicono quelle, come destate all’improvviso, e tanto appare disperato quel grido che io accelero prontamente il passo e senza voltarmi saluto per l’ultima volta. 
Fuori la luce m’inonda, le rondini garriscono nel cielo serale, i bambini strillano nei loro ultimi giochi, prima d’essere chiamati a casa per la cena, e io mi metto a correre, felice come se fossi libero da ogni peso.

Feb 14, 2013
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«Al limite,» pensò Jeremy, piccolo fiammiferaio magico della periferia di Yellowtown, Ohio, «se questa bizarra carovana mi conducesse a Parigi, come dicono, sarei come un Julien Sorel del middle-west, un mondo di opportunità - che dico! un universo! - mi si aprirebbe davanti. Di certo ne ho abbastanza di questo brodo di giuggiole architettoniche, quantunque passeggiare meditabondo tra le sue foglie morte sia valso ben più di una vita.»

Ma già l’ombra di Kuba, monumentale capodoglio alato, lo lambiva da lontano e cominciava, se pur in maniera impercettibile, a sgretolarei fragili contorni del suo coraggio acerbo e a insinuarvi, di per vie traverse, gelide perle di terrore.

Ah, complice lettore, come vorremmo poter fermare il nostro eroe da tale incauto proposito! Ma di tanta incoscienza saremo invece inermi spettatori, ci uniremo alla carovana come tanti spiritelli danzanti e ci nutriremo, con voluttà, d’ogni briciola di tragedia che questa storia promette di seminare.

Feb 14, 2013
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Ecco che passo la mia domenica mattina creando su youtube una playlist di interpretazioni e trascrizioni del Komm Süßer Tod di Bach e dopo averne ascoltato forse una ventina, mentre la trascrizione di Stokowski riempie di solennità e imminenza da fine del mondo finanche i crocicchi meno illuminati nei woofer dei miei diffusori Aliante CNM tower, e mentre con la mia stessa voce in falsetto accompagno i passaggi tonali più pregni di consapevolezza ecco che l’angelo del Signore suona alla mia porta, l’angelo del Signore suona alla mia porta e io sono un po’ incerto se aprirgli o meno.

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